LA FAMIGLIA DI FRONTE AGLI INSUCCESSI SCOLASTICI DEI FIGLI

Nella mia esperienza di clinico capita sempre più frequentemente di incontrare famiglie che si rivolgono presso il mio studio per una consulenza relativa agli insuccessi scolastici dei loro figli. Si tratta di giovani che appartengono alle diverse fasce di età, agli ultimi anni delle elementari e delle scuole medie e ai primi anni delle scuole superiori. I problemi riportati dai genitori riguardano la svogliatezza, la mancanza di concentrazione, i cali vistosi di rendimento scolastico, il sentirsi “perseguitati” da alcuni insegnanti con il conseguente rifiuto verso l’istituzione scuola. Altri sintomi spesso riportati sono: difficoltà nell’addormentamento, incubi notturni, mal di testa, notevole ansia prima delle interrogazioni e delle verifiche.

In quasi nessuno di questi ragazzi è riscontrabile un reale disturbo dell’apprendimento,  l’intelligenza di solito è nella media o superiore e in molti materie riescono a tenere anche dei buoni risultati: ma poi inevitabilmente arriva la “sentenza” durante i ricevimenti degli insegnanti, in cui si sente dire che “il ragazzo non rende per quante sono le sue potenzialità”, “non partecipa attivamente alle lezioni” oppure “si perde in chiacchiere con i compagni” o si “isola mentalmente dalla lezione”.

I genitori di solito reagiscono dapprima con l’incoraggiamento rivolto ai loro ragazzi ma in seguito iniziano a mostrare segnali di insofferenza, alzando sempre più il tiro per ottenere almeno un rendimento minimo e dignitoso: si arriva ai cosiddetti “ricatti”, togliendo la partecipazione agli allenamenti dello sport praticato, eliminando re la televisione piuttosto che la playstation. Ho assistito ad una madre così esasperata  che era pronta ad appendere un cartello dentro la stanza della figlia quindicenne con la scritta: ”DEVO” per comunicarle l’invito ad un suo impegno scolastico costante. In un altro caso la madre mi ha consegnato un foglio scritto dal figlio nel quale quest’ultimo minacciava di chiamare il Telefono Azzurro se non lo avesse fatto giocare alla playstation dopo aver fatto i compiti.

Si tratta di situazioni dove ormai è avvenuto un “corto circuito” nel normale funzionamento psichico ed emotivo del giovane, il quale si arena non riuscendo più a mantenere gli standard di rendimento degli anni precedenti. I suoi stessi tentativi di porre rimedio falliscono miseramente a causa dell’enorme timore del giudizio e quindi di deludere oltre che per l’ansia eccessiva che  interferisce inevitabilmente con la sua buona volontà.

Nei primi colloqui faccio una raccolta anamnestica puntuale delle prime fasi dello sviluppo del figlio per capire le origini pregresse del problema, oltre che valutare le risorse presenti nei genitori per aiutare il figlio ad uscire da questa situazione. Incontro successivamente il ragazzo per capire con lui il livello di disagio e sofferenza vissute e sentire se è in grado di sostenere un lavoro terapeutico. Quasi mai prendo in carico il giovane da solo, molto più spesso privilegio un lavoro fatto con lo stesso ed il genitore omologo: nei ragazzi infatti, portare in seduta il padre permette fin dall’inizio di poter alleggerire il carico della paura sentendo che egli condivide la sua fatica e non è il “giudice” che egli sta deludendo. Dall’altra parte la madre sente che anche il marito si rende responsabile della cura del figlio e viene per questo dispensata dall’ intervenire eccessivamente per sanare le sue difficoltà. Dall’analisi emergono quasi sempre dei quadri di ragazzi con problematiche legate alla dipendenza,  molto attenti a tenere un comportamento iperadeguato per timore di perdere l’affetto dei genitori e di altre persone care, ma che rischiano di perdere nel lungo periodo la loro autenticità, diventando “costruiti”, sempre sulla difensiva di fronte alle critiche che vivono come ferite profonde: loro stessi invece diventano protesi alla critica, colmi di rabbia, che esce solo in seguito a momenti di esplosione.

L’altro aspetto che caratterizza questi ragazzi è un eccessivo ideale dell’Io, ossia il giovane è convinto di dover rispondere ad un immagine di sé molto elevata alla quale deve corrispondere in tutto e per tutto. Nei dialoghi con loro emerge l’ambizione di arrivare molto in alto sia a livello scolastico che sociale, cosa che va a scontrarsi spesso con le reali abilità che non vengono valutate adeguatamente in modo realistico.  Quando si hanno obiettivi molto elevati ma ci si rende conto di avere poche energie per raggiungerli, si crea una “forbice” che si riempe solo di ansie e di angosce che impediscono di affrontare serenamente anche i compiti più semplici. C’è il blocco di tutte le funzioni.

Nel lavoro terapeutico condotto con il genitore omologo il ragazzo riesce invece, finalmente, ad esplicitare le sue reali emozioni sentendole accolte dal genitore in un clima di non giudizio, arriva a concedersi di esprimere la propria rabbia, finalmente riconosciuta e non repressa. Si abbassano le aspettative dell’ideale dell’Io, trovando spesso nel genitore la figura che lo fa sentire accettato incondizionatamente. Assisto spesso anche a regressioni infantili del giovane dopo aver superato la vergogna di esprimere il suo bisogno di sicurezza e di dipendenza dal genitore; questa tappa è  inevitabile e prelude al passaggio ad uno stadio più maturo.

La madre non viene esclusa perché diventa importante durante le verifiche concordate in cui si raccoglie l’evoluzione del figlio e la si aiuta a comprendere come essa agisca le difficoltà del figlio in un circuito spesso vizioso.

Attenzione quindi, genitori ed insegnanti, alle valutazioni che si fanno sullo scarso rendimento scolastico dei nostri giovani: dietro alla mancanza di voglia spesso si nascondono problemi di insicurezza e di dipendenza sui quali si deve intervenire per non correre il rischio ultimo di abbandono prematuro del percorso formativo.

 

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