LA DIPENDENZA AMOROSA

Gli esseri umani sperimentano sempre una qualche forma di dipendenza nella relazioni, è impossibile realizzare una perfetta forma di autonomia individuale ma la patologia è visibile in tutti quei casi in cui il soggetto non è in grado di funzionare in altre aree della vita e quindi la relazione amorosa o sessuale è di vitale importanza, ne ha bisogno in maniera ossessiva per colmare la solitudine, per riempire dei vuoti esistenziali. La dipendenza sarà tanto più forte tanto maggiore l’altro serve a raggiungere i propri scopi, ad alleviare le paure, ad ottenere ciò che non si è mai ricevuto o a ritrovare quello che si è perso.

In questo senso la dipendenza amorosa non si discosta molto nella genesi e nel suo sviluppo da altre forme di dipendenza come le droghe, l’alcool, il gioco d’azzardo,

ecc.

La capacità di sviluppare delle relazione sane o meno dipende dal tipo di legame che abbiamo sviluppato con i nostri genitori, essi sono infatti la prima forma di sicurezza, ed è quindi molto importante che ogni essere umano senta la coppia di genitori come un riferimento stabile; se ciò non avviene è più facile che si sviluppino forme di dipendenza. La patologia si verifica nei casi in cui manca la flessibilità, l’adattamento e quindi si inizia  a cercare nell’altro una boa di salvataggio.

Nelle relazione di dipendenza sono coinvolte sempre due figure, un perseguitato ed un persecutore, un attivo ed un passivo, un egoista ed un altruista, un forte con un debole, per cui non bisogna mai pensare ad una casualità nell’incontro di due persone ma, piuttosto, al tipo di bisogno che ognuno trova soddisfatto nell’altro.

Si possono identificare in generale tre modalità di dipendenza amorosa: la prima è quella in cui si dipende da un certo tipo di relazione amorosa, ossia il bisogno di seduzione, di passione, di fusione, che possono essere vissuti dentro o fuori dalla coppia; la seconda è la dipendenza dall’altro, ossia dalla persona amata nella coppia costituita e la terza modalità è la dipendenza sessuale, qualsiasi forma assuma, sia che si manifesti nella coppia o meno (attività sessuale solitaria ripetuta, sfruttamento compulsivo del partner sessuale, fissazione su una parte del comportamento sessuale, ecc.). Citerò qui tre esempi di pazienti che ho incontrato con questi specifici tipi di dipendenza.

Mario ha 50 anni e pur essendo sposato da oltre 20 anni tradisce in continuazione la moglie “solo per il gusto di sedurre le altre” e si rivolge al terapeuta solo quando la moglie non ne può più e lo lascia così che lui sviluppa una impotenza con tutte le donne che frequenta nei periodi successivi alla separazione.

Alessandro ha 33 anni e dice che non riesce ad accettare che la moglie lo abbia lasciato dopo sette anni di matrimonio, afferma che si sentiva dipendente, che non c’erano motivi per lasciarsi, che le discussioni per lui finivano lì e gli piaceva dipendere dalla sua donna tanto da farsi scegliere giornalmente gli abiti da mettere.

Valeria ha 40 anni e non si fida più di suo marito dopo alcuni tradimenti, afferma che lo aveva scelto da giovane e lo vedeva come una persona superiore da cui dipendere fino ad accettare tutte le sue esigenze sessuali (rapporti a tre) pur di non perderlo. La responsabilità dell’arrivo di un figlio le ha fatto cambiare idea rispetto al valore del marito ma non si sente sufficientemente forte per affrontare una separazione.  In quest’ultimo caso le personalità dipendenti sono entrambi i coniugi, la moglie dal punto di vista affettivo ed il marito per la sua ricerca ossessiva di rapporti sessuali a tre.

Ho volutamente presentato dei casi al maschile per sostenere che la dipendenza amorosa tocca sia gli uomini che le donne, ma statisticamente si riscontra una maggiore dipendenza di tipo sessuale per gli uomini, mentre per le donne una dipendenza di tipo affettivo e relazionale.

Come si manifesta quindi il comportamento nel soggetto che ha una dipendenza nella relazione?

Da una parte il soggetto ha un continuo bisogno di essere rassicurato e sostenuto dagli altri e dall’altra vive con la costante paura della perdita del legame. Per questo spesso prevalgono i comportamenti di controllo (cellulare, spostamenti, ecc. ) oppure la gelosia (“perché parli o guardi le altre?”) con il timore di poter perdere il partner. Nelle dipendenze sessuali o stile dongiovannismo prevale invece la ricerca dell’eccitazione per calmare l’angoscia presente e quindi l’altro viene usato per fini propri ma sempre con il risultato di relazioni insoddisfacenti e mai intime e profonde.

Il fatto che ci sia un aumento dei fenomeni di stalking  ci indica come sempre più persone sono cresciute con la convinzione di non poter tollerare le separazioni o la perdita dei legami, con l’impossibilità di concepire che i percorsi che ci uniscono a determinati partner nel corso della nostra vita non sempre devono essere eterni.

Come trattare queste situazioni nella terapia? L’obiettivo è quello dell’autonomizzazione del soggetto, che può iniziare attraverso il  riconoscimento dei propri comportamenti di dipendenza e la consapevolezza delle mancanze e delle ansie che sta tentando di contrastare.

Per fare questo percorso di autonomizzazione è indispensabile recuperare una sicurezza di base che gli esseri umani possono sperimentare solo riscoprendo le proprie radici, riattivando quello che si pensa di non aver sentito o vissuto fin dalla prima infanzia, ossia l’amore genitoriale. Avvertire le proprie radici come più forti permette alle persone di reggere qualunque sbandamento che la vita può riservare.

E’ importante infine imparare a conoscere le proprie risorse, per aumentare l’autostima e sentirsi quindi più forti  nel tollerare i possibili distacchi, sia che si tratti di lutti che di separazioni.

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